Uno squarcio nel muro.
Inaspettatamente perdo il mio sguardo nel cielo, ne ammiro la bellezza e mi ritrovo a salutarti. In realtà sto compiendo un gesto banale mentre ad una pompa di benzina riempio il serbatoio della macchina. Ma sono nel bel mezzo del Golfo Paradiso, in una frizzante serata primaverile, al ritorno da una faticosa giornata di lavoro verso casa, e la mente vaga dove l’istinto la porta e mi chiedo dove tu sia, come tu ti possa sentire ora e ti vedo salutarmi col tuo bel sorriso.
Passano solo pochi giorni per risvegliarmi in piena notte a rimuginare sul mistero di ciò che ci porta via di qui e l’immagino come un muro che si erge per soffocarci.
Penso alle terapie come ad un mezzo per squarciare quel muro. Penso a quello che è stato fatto e a quello che era impossibile realizzare. Poi ragiono su come noi veterinari viviamo una versione tutta nostra dell’esistenza. Nelle nostre mani passano concentrati di vita. Siamo in grado di sperimentare la nascita e la morte in un solo giorno. Le sfide quotidiane ci abituano a combattere contro quel muro. Talvolta lo squarciamo. Altre volte ne veniamo squarciati.

E’ impressionante la velocità che ci ruota attorno e bisogna essere forti per non venirne sopraffatti. Ma siamo bravi, noi veterinari, perché abbiamo gli strumenti giusti per scalfire quella roccia malefica della malattia, con la chirurgia, le terapie sempre più innovative, le chemioterapie e, non meno importante, la comprensione ed il supporto dei nostri clienti.
Io però ho avuto un aiuto ulteriore, formidabile.
Per più di un quarto di secolo sono stato onorato della sua presenza, una presenza gentile, mai invasiva. Alcuni lo chiamavano dottore, altri professore, e lui se la rideva con i suoi occhi brillanti. Gli ho fatto fare cose inimmaginabili e spesso se ne riparlava di fronte ad un piatto fumante di spaghetti. “Luca, guarda, sei stato fortissimo perché era un intervento proprio difficile !”
In realtà se ero stato bravo lo dovevo proprio a lui che mi ha visto nascere dal punto di vista professionale ed ha partecipato attivamente a tutte le mie evoluzioni. Spesso mi dava anche consigli. Se mi trovavo in difficoltà, poteva sorprendermi con le sue soluzioni alternative. Così era diventato il mio aiuto in chirurgia, nelle emergenze notturne come nella routine, dagli interventi più banali fino alle sfide impossibili. Io lo volevo perché mi trasmetteva serenità e perché avevamo un momento tutto nostro.
Un giorno mi regalò la storia della sua infanzia sintetizzata in poche pagine. Questo che segue è un breve estratto.
“ Quel periodo, nel bene e nel male, è servito a formare in noi i caratteri necessari per superare in seguito le traversie che la vita ci avrebbe posto davanti. Quando la guerra terminò, mio papà riprese a lavorare. Ricordo che ogni mattina partiva col treno accompagnato da un cane chiamato Flak, che tempo prima avevo trovato ad un posto di blocco delle Brigate Nere ed al quale avevo dato un pezzetto della mia merenda.
Lui mi era venuto dietro e non mi ha più lasciato. Ebbene, non ci crederete mai, quel cane fantastico andava ad aspettare mio padre anche alla sera in stazione quando ritornava a casa per cena. Senza che qualcuno glielo avesse insegnato faceva pure la guardia alla casa e guai se si avvicinavano persone sconosciute.
Ebbi anche una cagnetta, si chiamava Diana. Era incrociata con un cocker e serviva per andare a caccia. Mi accompagnava pure a fare la spesa all’unica bottega del paese. Andavo con un libretto dove il negoziante segnava gli acquisti che poi la mamma passava a pagare alla fine del mese. Il libretto lo portava in bocca Diana. Un bel giorno però, forse rincorrendo un uccellino, ritornò senza, e per me furono sgridate sonore da parte di mia madre. Da quel giorno la cagnetta dovette abituarsi a portare dei bastoncini di legno.
Quando dovemmo partire definitivamente la regalammo ad un bravo contadino del posto. Fu molto triste doverli lasciare, soprattutto Flak, che ci accompagnò alla fermata del treno per l’ultimo nostro trasferimento a Genova. Non potevamo portarlo con noi in quanto avevamo trovato un appartamento che bene o male ospitava soltanto noi quattro. Quella volta, quando mi affacciai al finestrino e lo vidi che guardava il treno in partenza, piansi e penso che anche il bravo cane pianse. Sono certo però che dopo anche lui se la sia cavata. Era una bestia intelligente e forte.”
Quando lessi la storia, fu difficile dimenticarla e compresi quanto fosse profondo e univoco il nostro modo di vivere le cose.
Negli ultimi anni di fronte ad una minestra calda il cucchiaio cominciò a tremare minacciosamente. Era un tremore essenziale poco preoccupante. Al tavolo chirurgico, però, avveniva costantemente il miracolo. Le sue mani afferravano i ferri chirurgici con una sicurezza disarmante. Il tremolio, magari, ricompariva un’ora dopo nel sorseggiare un bicchiere di vino e ne ridevamo entrambi.
Intanto in modo subdolo si stava ergendo il muro attorno a lui. Nessuno se ne era accorto.
Quando i medici realizzarono, furono in grado solo di rimuovere la punta dell’iceberg. La guerra era persa. Io quel muro non sono riuscito a squarciarlo, quel muro che spesso riesco ad abbattere e che altrettanto spesso travolge me e i miei pazienti.
L’orologio biologico ha un tempo definito. Lo puoi forzare un pochino ad andare avanti, ma prima o poi il meccanismo si inceppa. Gli strumenti che la medicina ci fornisce permettono solo di truccare il tempo, di dilatarlo, e non è poca cosa. Ma alla fine è un gioco ad armi impari. E così mi sono ritrovato ad accarezzare il suo viso quando non c’era più, a lisciarlo per mostrare a tutti quanto era bello.
Penso spesso a lui, sento la sua voce, gli chiedo di parlarmi. Guardo verso il cielo e lo ringrazio per la bellezza che mi ha regalato. Gli sono grato per i valori che mi ha trasmesso.
Quell’uomo era mio padre.
Luca Ansaldo


