Un domicilio da incubo
Adoro le visite a domicilio. Ti permettono di conoscere meglio i tuoi clienti, il loro mondo e ti consentono di raggiungere un livello di confidenza più elevato. La visita in studio è sicuramente più comoda, con tutte le attrezzature a disposizione per ogni evenienza, ma a casa è più avvertibile il binomio uomo-animale come un’unica entità racchiusa nella sua alcova e quindi è più facile riconoscere e soddisfare ogni sua esigenza.
Senza contare poi che è estremamente salutare staccare dalla routine dell’ambulatorio, togliersi da quelle quattro mura che ti racchiudono da più di un ventennio per scoprire in lungo e in largo tutti i quartieri di Genova, anche quelli più periferici fino a scoprire angoli della provincia tanto reconditi quanto affascinanti.
Certo che gli inconvenienti non mancano. Ricordo tra i primi domicili una chiamata da Marassi per la visita di un cane.
“Dott. Ansaldo, la avverto – mi anticipò la signora – non si spaventi quando arriverà. Vede, abbiamo una gallina in appartamento e se le persone non le stanno simpatiche, può essere anche aggressiva !”. La presi come una battuta e, divertito da questo prologo mi avviai baldanzoso all’avventura. All’apertura della porta la gallina era lì, ad aspettarmi, mi guardava fisso negli occhi. Entrai con una cautela che non riconoscevo nel mio modo di essere.

“Entri pure Dottore, ora vediamo se le sta simpatico”. Sicuramente dopo aver affrontato cinquantatre esami all’università, dopo aver superato la laurea e l’esame di stato, non avrei mai potuto immaginare di trovarmi impreparato di fronte ad una gallina da guardia.
Strisciai letteralmente, sgattaiolando, fino a giungere al cospetto dello shy-tzu malato. Mentre lo visitavo chino per terra, la gallina mi girava attorno minacciosamente, imprecando a bassa voce “Coh cooh coooh”.
Alla fine della mia prestazione professionale, con un filo di sudore sulla fronte, raggiunsi l’uscio con la gallina sempre alle calcagna. “La saluto Signora e spero che il suo cagnolino si riprenda presto” – “ Grazie Dott. Ansaldo e …complimenti, lei è uno dei pochi che risulta simpatico al nostro pennuto. Sa, solitamente facciamo fatica a tenerlo a freno”.
Salutai con un profondo sospiro di sollievo.
Dimenticavo che un valore aggiunto del domicilio è dato talvolta dalla generosità dei clienti, pronti a offrirti qualcosa. Un classico era il caffè, ormai praticamente pronto al mio arrivo, preparato da una famiglia residente sopra Dinegro.
Per anni sono andato a visitare il loro rottweiler, tanto bravo quanto mastodontico e quindi poco pratico per loro da portare in studio in Piazza Alimonda. Durante le visite potevo assaporare il profumo della moca concludendo così degnamente il mio lavoro con un buon caffè. Gli addetti alla preparazione erano i due nonni e la loro gentilezza era pari alla loro affabilità.
Ma un giorno le cose andarono per il verso sbagliato. Qualcuno mi versò generosamente al posto dello zucchero del sale da cucina. La sgradevolissima sensazione che provai, soprattutto nella sicurezza di gustarmi un buon aroma fu inenarrabile. Posso ringraziare i miei pronti riflessi e la scannerizzazione mnemonica della pianta dell’appartamento che mi hanno permesso di raggiungere nel giro di qualche frazione di secondo il bagno dove mi liberai del malefico cocktail.
Ma, come ben si sa, al peggio non c’è mai fine, per cui il vero rovescio della medaglia lo raggiunsi con il domicilio richiesto da una vecchia conoscenza della mia famiglia, esattamente da una compagna di classe di mio fratello. Insieme avevano percorso gli anni dall’asilo fino alla seconda media all’interno della scuola germanica di Via Caffaro.
La cliente si chiamava Violetta, ed utilizzo il passato sia perché è trascorso molto tempo, sia perché non so più nulla di lei. Si presentò in studio un giorno e solo dopo alcune visite scoprimmo casualmente il suo percorso scolastico comune con mio fratello. Non è mia intenzione dare giudizi su persone, soprattutto su chi ben poco conosco, ma senza dubbio gli eventi avversi della vita avevano segnato profondamente Violetta sia nel corpo che nella mente, e di questo me ne sarei presto reso conto.
Arrivò un giorno una telefonata. Era Violetta che si era ritirata nella casa di campagna e che richiedeva un mio intervento domiciliare. Si trattava della gatta persiana che non stava molto bene. Avrei dovuto raggiungerla nell’entroterra di Genova, direzione Torriglia con deviazione verso Sant’Alberto. La zona ha una bassissima densità abitativa ed è corollata da una moltitudine di colline ormai rivestite da una vegetazione selvaggia.
Violetta non era stata molto chiara circa l’indirizzo. Avrei dovuto fare attenzione ad un certo numero di curve per poi localizzare il cancello d’ingresso per la villa.
Poco prima del tramonto identificai a fatica il luogo, ma mi trovai di fronte ad una cancellata chiusa con lucchetto, accompagnato da un cartello dal contenuto allarmante. Non ricordo le esatte parole ma il senso era: edificio sottoposto a sequestro giudiziario.
Telefonai immediatamente per chiedere spiegazioni. Mi fu risposto di non preoccuparmi, di lasciare la macchina di fianco al cancello e di raggiungere a piedi la casa, che avrei trovato in cima alla collina. Perplesso mi avviai con un leggero aumento della frequenza cardiaca. Dopo cinque minuti di salita fui accolto da un branco di cani che mi saltarono addosso, per fortuna in modo giocoso, e che facevano a gara a chi mi sporcava di più tra leccate e impronte di terriccio sui vestiti.
Violetta comparve preceduta da una risatina quasi isterica ed ininterrotta che non faceva presagire nulla di buono.

Liberatomi a fatica dall’esuberanza dei cani, mi ricomposi ed entrai nella casa.
Quello che vidi era uno sfacelo.
La parola ordine in quella casa forse non veniva pronunciata da anni. E dove il disordine impera la sporcizia dilaga.
Montagne di piatti sporchi e scatolame si dividevano a fatica lo spazio sul lavandino. Il colore del pavimento si riconosceva con difficoltà. Il tutto era condito da un guizzo di cani e gatti che scorazzavano da una stanza all’altra. Chiesi, mascherando con disinvoltura il mio imbarazzo, dove fosse la gatta da visitare.
Me la indicò nascosta sotto un letto. Mentre cercavo di recuperarla, Violetta scoppiò nuovamente in quella sua risatina irriverente sdraiandosi con non poca grazia sul divano.
In quel preciso momento mi resi perfettamente conto del pasticcio in cui mi ero cacciato. Di fronte a me avevo una donna in condizioni psichiche precarie, conseguenza o di una malattia mentale o perché sotto l’effetto di stupefacenti.
Afferrai la gatta da sotto il letto ed eseguii il compito per cui ero lì, chiamando in soccorso la freddezza della professionalità. Tra una risatina e l’altra conclusi la visita, ma Violetta mi invitò già che c’ero a dare un’occhiata anche ad un cane.
La mia tensione aumentava ma ciò che mi fece andare nel panico fu una serie di telefonate che Violetta riceveva da un personaggio misterioso con il quale sghignazzava riferendosi alla mia presenza nella villa. La sensazione di trovarmi di fronte ad una squilibrata venne sorpassata dalla seria ipotesi di un complotto.
La tachicardia aumentava. Obiettivamente ero solo, non avevo vie di fuga, il sole era ormai tramontato. Attorno a me c’era solo buio, una fuori di testa e lo sconosciuto pronto a fare di me quello che voleva. “Bene Dott. Ansaldo, grazie della visita. Per raggiungere la macchina può seguire questo sentiero. Sa, la pila mi si è scaricata per cui non posso aiutarla. Comunque non si preoccupi, una volta attraversato il bosco, si troverà di fronte alla sua auto”.
Mi avviai con qualche tentennamento. La strada sconnessa sotto ai miei piedi cedeva ad ogni passo. Mi trovavo dentro ad un incubo.
Mentre mi allontanavo Violetta persisteva con le sue risa sguaiate, che nel profondo nero della notte prendevano forme raccapriccianti.
Ormai il mio cuore era in fibrillazione. Di fronte al buio assoluto ricorsi all’unica fonte di luce di cui disponevo, quella dell’otoscopio, per capire dove mettere i piedi. Mi accorsi così che due cani di Violetta seguivano i miei passi a brevissima distanza. Nella mia mente il complotto si stava realizzando.

Entrai nel panico e mi attaccai all’unica ancora di salvezza a mia disposizione: il telefonino.
Composi il numero di casa. “Daniela, ascoltami bene, sono in pericolo. Se non dovessi richiamarti entro mezz’ora, chiama la polizia e venite a cercarmi lungo la strada per Sant’Alberto. La panda è parcheggiata sul lato destro di fronte ad un cancello serrato dopo il primo tratto di curve”.
Cercavo razionalmente di dare subito a mia moglie informazioni utili per rintracciarmi, prima di ricevere nell’oscurità della boscaglia il colpo di grazia.
Solo uno dei due cani percorse con me l’intero tragitto fino alla macchina. Spensi il rivalutatissimo otoscopio, mi blindai nell’auto per richiamare subito mia moglie. “Dany, tutto bene, sono nella pandina. E’ stato come entrare in un sogno orribile. Ora torno a casa e ti racconterò”.
Ero ancora provato e mi ci vollero parecchi minuti per calmarmi.
Mi chiederete se ho più avuto contatti con Violetta dopo questa avventura. Si, la vidi ancora qualche volta, rigorosamente in studio e, per fortuna, non la sentii più sghignazzare in modo irriverente.
Ma di sicuro quel domicilio mi permise di conoscerla meglio, fino ad assaporare amaramente il suo incubo esistenziale.
Luca Ansaldo

