La dignità di Jack.
E’ incredibile, non lo avrei mai detto di ritrovarmi qui a scrivere la storia di un cane. Nel turbinìo della vita, fra automatismi e corse contro il tempo, è difficile che qualcosa ti colpisca tanto da scolpirlo nella memoria, nero su bianco. Ma succede, quando meno te lo aspetti…
E Jack ci è riuscito, mi ha colpito per sempre, come alcuni episodi di vita vissuta, che senza cercarli, lasciano un segno indelebile dando un senso alle cose che fai e a quello che sei.
“Buonasera Dottor Ansaldo, vorremmo prendere un appuntamento per far visitare il nostro Jack, ha un problema ad un occhio, il nostro veterinario vorrebbe operarlo, ma noi abbiamo bisogno di un altro parere”.
Siamo a metà degli anni ’90 nel cuore di Genova. Io avevo accumulato sei-sette anni di esperienza nel mio studio di Piazza Alimonda e tenevo duro anche se il mio piccolo ambulatorio era sorto nel bel mezzo di grandi strutture veterinarie, fra proprietari di animali che godevano delle cure di rispettati colleghi presenti sulla piazza oramai da molti anni.
Ma nonostante il vento avverso della crisi economica che ha sempre aleggiato sulla nostra professione e l’andirivieni di colleghi che aprivano nuovi studi per poi svanire nel nulla, la mia tenacia e la mia voglia di crescere mi ha sempre tenuto a galla. La clientela con il passa parola aumentava di anno in anno finchè anche alla Signora Parodi qualcuno disse:” Ma perché non va dal Dottor Ansaldo, in Piazza Alimonda ?”.
Mi si presentarono marito e moglie, due colossi, lui altissimo, magro, occhiali alla Clark Kent, lei bionda, decisamente più in carne con grandi e languidi occhi azzurri. Sotto questi due giganti ecco Jack, timido quanto dolcissimo, a metà strada tra un setter inglese ed un pointer, che con la coda fra le gambe zampettava qua e là fra i suoi genitori acquisiti.

Jack aveva un pelo che gli cresceva tra la cornea e la sclera nell’occhio sinistro. Questa particolarità però non gli procurava alcun fastidio, l’occhio non era infiammato, per cui decisi di prendere tempo e di operarlo solo in caso di necessità.
Non mi considero un veterinario interventista, ricorro al bisturi quando ritengo ce ne sia realmente bisogno e preferisco sempre tentare strade terapeutiche alternative, se possono dare buone probabilità di successo.
I signori Parodi apprezzarono la mia decisione ed il tempo mi diede ragione perché Jack rimase con il suo piccolo dermoide nell’occhio per i successivi tredici anni senza accusare nessun fastidio.
Da quel giorno Jack divenne un paziente fedele e veramente particolare.
L’effetto camice bianco, con tachicardia, iperventilazione e tremori non è un fenomeno prettamente umano. Anche i cani e i gatti, quando vanno dal dottore, possono provare paura e possono tremare tanto da far vibrare il tavolo da visita. Ma Jack no, anzi fa parte di un nutrito gruppo di cani, di cui vado particolarmente fiero, che entrano in studio e si catapultano spontaneamente sul tavolo per essere visitati.
Questo rituale si consolidò nel corso del tempo e rese il nostro rapporto veramente speciale.
La signora Parodi tra l’altro aveva il terrore degli aghi e dei prelievi di sangue, ma Jack si affidava totalmente alle mie mani per i controlli annuali, mentre la sua mamma si teneva a debita distanza, finchè il prelievo non fosse finito.
Gli anni passavano e Jack sembrava non sentire lo scorrere del tempo fino a quando ad una visita di routine mi resi conto della presenza di un soffio al cuore. Il fonendoscopio non lasciava dubbi.
Jack stava benissimo clinicamente, ma una sua valvola cardiaca non chiudeva più perfettamente la comunicazione tra l’atrio ed il ventricolo sinistro.
La storia degenerativa della valvola mitrale non dà alcuna certezza: il processo può essere molto lento, può durare anni, prima di dare segni clinici, ma in alcuni casi può sorprendere anche la sua velocità evolutiva.
Non rimaneva altro che monitorare regolarmente Jack, pronti per intervenire farmacologicamente all’insorgenza o al peggioramento dei sintomi. Proprio nel corso di quegli anni ho avuto una particolare predilezione per la cardiologia, ho frequentato molti corsi ed ho investito molto in apparecchi per gestire al meglio il paziente cardiopatico.
I proprietari di Jack nel frattempo avevano trascorso un brutto periodo sfociato in una separazione con Jack rimasto al fianco della signora Parodi. Al controllo ecocardiografico annuale erano però sempre presenti, lì, insieme a lui, entrambi. Non avevano avuto figli, ma l’amore per il proprio cane, nonostante le vicissitudini familiari, non era mai svanito, anzi oltrepassava qualsiasi rancore personale.
Inesorabilmente un giorno comparse la tosse. Era il primo segno che il cuore non sarebbe mai più stato quello di sempre. E’ il passaggio tra il compenso e lo scompenso cardiaco, è il segnale che ti fa diventare farmaco dipendente.
Jack prendeva già farmaci per aiutare il suo cuore ma da quel giorno doveva assumere quotidianamente diuretici per respirare in modo perfetto. E la storia della malattia degenerativa della valvola cardiaca è senza via di scampo, i peggioramenti sono sempre lì dietro l’angolo pronti per essere fronteggiati da un aumento dei dosaggi e dall’aggiunta di ulteriori farmaci. Solo la lentezza della patologia può salvarti per dare ai medicamenti il tempo di contrastare le pressioni che aumentano nei capillari polmonari. E’ l’edema polmonare, l’invasione di liquidi negli alveoli, che toglie l’ossigeno ai tessuti e che va combattuta con tutti i mezzi.
Jack era anni che contrastava brillantemente questa evoluzione, ma nel dicembre del 2009, accadde qualcosa di più.
Quella mattina faceva troppa fatica a respirare.
La signora Parodi si precipitò in studio ed il solito Jack saltò sul tavolo pregandomi con i suoi occhietti di fare qualcosa.
La frequenza respiratoria era elevatissima. Il fonendoscopio appoggiato sui polmoni non dava scampo ad equivoci: si trattava di edema polmonare.
Qualcosa si era rotto nel suo cuore ed aveva reso insufficiente una terapia già complessa ed incrementata nel corso del tempo. Forse la rottura di una corda tendinea della valvola mitrale, come un tirante che si fosse improvvisamente sfilacciato, ha fatto precipitare la situazione. I farmaci non avevano più il tempo di agire in modo rapido ed efficace. Solo un incremento elevatissimo dei diuretici e l’apporto di ossigeno potevano salvare Jack.
L’aggressiva terapia per via endovenosa gli permise di stare bene solo per poche ore. Quel pomeriggio Jack saltò sul tavolo per l’ultima volta. Tutta la sua energia era ormai concentrata per quel salto e per dirmi:“Ti prego, fai qualcosa”. Ma sul tavolo il profilo di Jack era trasformato, l’apice del suo tartufo puntava verso l’alto, tutto il suo corpo era proteso verso il soffitto per cercare di respirare al meglio. Tentai ancora una, due e più volte di inoculare quello che i testi sacri della cardiologia dicono di fare, ma i polmoni continuavano a gorgogliare.
Jack era sempre lì, confidente, con il suo atteggiamento da sfinge e lo sguardo sempre più alzato al cielo, sofferente ma con una dignità da guerriero.
Ormai tutti in quella stanza sapevamo che la patologia ci aveva fregati. Non c’era più niente da fare.
Dovevamo uccidere il male a modo nostro. Jack stava soffrendo troppo.
Qui il compito del veterinario è delicatissimo. Scegliere il momento giusto per staccare la spina è quasi un arte. C’è chi la vuole staccare troppo presto, chi non lo vuole affatto e noi siamo in mezzo, proprietari di questo strumento, preparati a mediare, arbitri, speranzosi di soffiare il fischietto nel momento più appropriato. Non c’è purtroppo quasi settimana che passi senza vivere questo rituale e l’abitudine a volte aiuta a fare cose che sconvolgerebbero i più.

Ma in quel frangente non fu così.
Una volta presa la decisione cominciai a piangere. Come potevo fare questo a Jack che era lì, speranzoso, in piedi fino alla fine ? Le mie mani erano ormai saldamente protese a lenire le sue sofferenze ma la mia mente era sconvolta, l’abitudine miseramente sconfitta.
In pochi secondi Jack si rilassò sdraiandosi e sprofondò nel suo sonno più profondo.
Penso spesso a lui, ai suoi proprietari, qualche volta ho contatti ancora con la signora Parodi e da lei ho successivamente ricevuto il regalo più bello in tutti questi anni di professione: un piccolo cane d’argento somigliante in modo sorprendente a Jack.
Lo tengo sempre in vista sulla mensola d’ardesia.
E’ un aiuto, uno stimolo per ricordarmi quanto fosse importante Jack, nella sua dignità, per me, per il mio lavoro, per i suoi familiari.
Ogni anno a Natale preparo un bel presepe fra statuine di gesso, legno, cartapesta e terracotta, ma una sola spicca luccicante fra tutte.
E’ Jack, felice, che continua a correre.
Luca Ansaldo

